E' uno spunto, un'ipotesi per capire perché provi fastidio per quello che raccontano gli altri di sé e della propria storia.
Non è che mi dia fastidio quando chi tradisce parla di sé (e ci mancherebbe altro).
Il fastidio arriva piuttosto quando mi trovo davanti a ricostruzioni elaborate, che cercano di dare una profondità quasi teorica a dinamiche spesso molto più banali.
Tutto questo bisogno di spiegare perché si tradisce, perché in fondo era inevitabile, perché quasi aveva senso fare così, mi suona spesso meno come comprensione sincera e più come una giustificazione raccontata allo specchio finché non convince prima di tutto chi la sta dicendo.
Per certi versi mi sembra un atteggiamento speculare a quello di certi traditi che sentono il bisogno di razionalizzare, di spiegarsi ogni dettaglio, di dare un senso a ciò che è inconoscibile, a volte arrivando quasi a giustificare ciò che hanno subito.
Perché senza quel lavoro mentale dovrebbero guardare in faccia qualcosa di molto più destabilizzante: la possibilità che quella ferita dica davvero qualcosa di definitivo sulla relazione o sulla persona che hanno accanto.
E allora tutta quell’elaborazione teorica finisce anche per costruire un castello di sicurezza apparente, abbastanza solido da non far crollare tutto insieme.