Vedi: la verità rende liberi, e su questo non ci piove. C'è però la verità in sè e per sè (che non conosciamo, almeno per intero) e la verità per noi, la verità a cui possiamo accedere. La comunicazione diretta di una verità fattuale indiscutibile che per noi è del massimo rilievo, fatta nel modo e/o nel momento sbagliato alla persona che, se gliela comunichi nel modo e nel momento giusto, da questa verità potrebbe ricavarne libertà, nuova vita, nuova gioia, la può distruggere. La può distruggere letteralmente, nel senso per esempio che si può uccidere.
E' capitato, non una volta sola, che l'errore di uno psicoanalista nel corso di un colloquio terapeutico abbia condotto al suicidio, letterale o metaforico, il paziente. Spesso, questo errore consiste nella comunicazione intempestiva di una verità, che se scoperta dal paziente, al momento giusto per lui, nel corso della sua analisi, lo avrebbe, appunto, liberato. Questo perchè a volte, la verità è una questione di vita o di morte, e perchè ha un valore immenso il peso specifico della parola che la dice, e il peso specifico della persona che dice questa parola vera. Per un figlio, il peso specifico della parola del padre e della madre, quando si tratta di questione che per il figlio è di vita e di morte (per esempio quando deve rispondere alla domanda: "Chi sono io? o "Chi è mia madre?" o "Chi è mio padre?"") è molto alto, forse il più alto di tutti.
Quindi bisogna starci attenti, con la verità: materiale fissile, maneggiare con molta cura.
Quanto precede non significa affatto che si devano tenere i figli nella bambagia, o che per esempio gli si deva nascondere che la bistecca che mangiano una volta era un vitellino vivo. Le realtà della vita e della natura, delle quali fa parte il fatto che per vivere uccidiamo altri esseri viventi, o che per difenderci da altri uomini li dobbiamo uccidere, non è affatto destrutturante, anzi. E' destrutturante l'esposizione a una violenza insensata, per esempio lo spettacolo di uccisioni e massacri per capriccio o per passione sadica scatenata; per esempio farebbe molto male ai bambini portarli a uno spettacolo gladiatorio (fa male anche la violenza dei videogiochi, anche se meno, naturalmente). Ma se un genitore tira il collo a una gallina davanti ai figli, o se gli insegna a fare altrettanto, non c'è niente di male (anzi, fa bene). Stessa cosa per la pratica delle arti marziali: fa bene ai bambini, anche prendersi qualche pugno.
Qui, l'aspetto pericoloso della verità di fatto a cui si trova esposta la figlia maggiore di Cuorinfranto è questo. Che tradendo il padre, la madre si è macchiata di una colpa dissacrante (la famiglia è uno spazio sacro). Negli strati profondi della psiche di una figlia, la madre è Accoglienza e Nutrimento, il padre Giustizia e Forza (con le maiuscole, sono archetipi possenti, dèi). La madre è la custode dello spazio sacro familiare. Nella religione romana, la custode del fuoco sacro, Vesta. Ricorderai che le vestali erano vergini, e tali dovevano restare (se colte a scopare, venivano sepolte vive). Il fuoco sacro, che scalda la casa e cucina il cibo, è il rapporto erotico tra i genitori, che deve essere custodito dalla castità e contenuto nel focolare, altrimenti incendia la casa. Per questo, il tradimento erotico della madre è sempre più grave del tradimento erotico del padre: non sul piano morale, dove sono identici, ma sul piano del sacro e della stabilità della famiglia; il tradimento erotico del padre non nega le sue caratteristiche archetipiche: è una manifestazione eccessiva e sregolata della Forza, che così oscura l'altra, la Giustizia. Macchiandosi di un tradimento, la madre ha dissacrato la famiglia, e ha colpito il padre nella forza (non è riuscito a impedire il tradimento, l'intrusione del nemico nello spazio familiare) e nella giustizia (non la punisce). Se vivessimo in una civiltà diversa, consapevolmente costruita intorno agli archetipi/dèi, il da farsi sarebbe abbastanza chiaro.
NOTA BENE PER CUORINFRANTO: QUANTO SEGUE NON E' UN CONSIGLIO PER TE. NESSUNO PUO'/DEVE DARTI CONSIGLI SENZA CONOSCERTI DA VICINO, SENZA STABILIRE CON TE UN RAPPORTO DI FIDUCIA, E SENZA ESSERNE CAPACE.
Quanto segue è solo un modello funzionale, ripeto che non è un consiglio o un invito ad agire così.
Il da farsi sarebbe questo: il padre punisce la madre per la sua colpa. La può punire con severità estrema (ucciderla, per esempio: nel diritto romano il pater familias ha diritto di vita e di morte su tutti i familiari) o con clemenza (uno schiaffo, un rimprovero, anche solo uno sguardo). Se la punizione è clemente, e se la madre la accetta di buon grado, dopo l'esercizio della giustizia e della forza può venire il perdono e la reintegrazione della madre nella famiglia. La colpa è lavata, l'equilibrio ritrovato, lo spazio familiare riconsacrato. Il tono dell'umore non sarà quello di prima, ma il tempo può fare il suo lavoro, e la famiglia è salva.
Così, funziona. Però non c'è bisogno di spiegare che questa soluzione è inapplicabile oggi e qui. Il problema da risolvere, però, è lo stesso: identico a quello che si proponeva qualche migliaio di anni fa (anche allora madri e padri tradivano, eh?)
La figlia maggiore è al corrente, perchè lo ha colto clandestinamente, per errore (non le è stato comunicato volontariamente) del tradimento della madre. Non lo si può, e dunque non lo si deve, nascondere o minimizzare. La cosa c'è, è grave, ha già conseguenze gravi e altre ne avrà. Come fanno, ora, i genitori, a comunicare esplicitamente e volontariamente sia quanto è accaduto (il tradimento) sia le conseguenze che avrà (continuazione della convivenza, separazione) sia, soprattutto: come fanno a ritrovare maternità e paternità di fronte anzitutto alla figlia maggiore, e quindi a se stessi? Non è affatto semplice. Il modo giusto lo possono trovare solo loro. E' probabile che per trovarlo, gli serva l'aiuto di un terzo, che li aiuti a maturare, dentro di sè, i gesti, le parole, le decisioni giuste per loro e per i figli. Che non sono mai i gesti, le parole, le decisioni giusti in astratto.
Interessante quello che scrivi...
per quanto riguarda il primo grassetto...sono abbastanza d'accordo.
Su due punti in particolare: l'essere umano, odierno in particolare, è materia sensibile.
La verità è pericolosa. Oltre che liberatoria. Non esiste liberazione senza assunzione del rischio e assumersi il rischio di una liberazione significa il rischio di assumersi il Vivere.
E qui si aprono diversi livelli...un paziente in terapia...tendenzialmente è una persona che ha chiesto, consapevole di avere un qualche problema un aiuto. Uno sguardo esterno per potersi guardare. Non è una relazione paritaria all'interno della relazione terapeutica, ma stiamo parlando di persone adulte e collaboranti.
E la cessione del potere al terapeuta è un fatto piuttosto presente al paziente. Tendenzialmente.
Sta la terapeuta "regolare" e "modulare" sia la cessione del potere relazionale sia il setting, con tutto quel che comporta, all'interno di cui avviene la cessione del potere.
Da questo paziente, diciamo modello, si possono declinare molteplici altri modelli...andando da un estremo all'altro...fino ad arrivare al paziente assolutamente inconsapevole che è in carico al terapeuta tramite servizio (dalla tutela minori alle comunità psichiatriche).
Ecco, in questo ventaglio praticamente infinito di opzioni terapeutiche e di tipi di relazione terapeutica, io nel tempo mi sono convinta che quando accadono situazioni come quelle che hai descritto, non sono totalmente ascrivibili alla comunicazione in "tempi sbagliati" di una verità...quella è magari l'ultima goccia di una situazione che ben prima aveva iniziato a scivolare per una china rischiosa...e penso che un terapeuta, se non si accorge di star percorrendo quella china, possa fare anche danni ingenti.
Ma dubito che la Causa sia la Verità e il tempo sbagliato (anche perchè "indovinare" il tempo, anche per un terapeuta è comunque un arrischio ogni volta...che il manuale delle istruzioni individuale non lo porta nessuno in terapia

)...anzi, per essere molto sincera, credo che la paura dell'errore dei tempi sia un timore del terapeuta e un risvolto di un certo delirio di onnipotenza...Non si può avere il totale controllo di un setting terapeutico. Significherebbe fra l'altro avere in totale controllo il paziente, e anche questo comporta rischi non indifferenti. Oltre che questioni etiche che qui sono veramente molto OT.
Detto questo, pienamente d'accordo con te sul fatto che un terapeuta abbia una grossa responsabilità...sta maneggiando materiale sensibile, che la nitroglicerina è stabile a confronto...serve quindi alta attenzione, esperienza...e anche un buon istinto nel dosare il rischio...quando tenere, quando spingere, quanto spingere...sapendo che è un rischio..ogni volta. Le reazioni sono imprevedibili...proprio perchè stiam parlando di materia vivente e irriproducibile nella sua unicità
La questione però è che nel caso di [MENTION=5565]cuoreinfranto[/MENTION] lui non è il terapeuta di sua figlia. E' il padre. E una madre c'è. Madre degna.
Quindi non è in un setting terapeutico.
E se anche avesse gli strumenti, sarebbe sconsigliabile che fosse lui a prendere in carico la figlia.
Quindi stiamo parlando di un setting molto diverso. Nessuno è paziente di nessuno.
Questo cambia sostanzialmente sia il livello della comunicazione, sia la vicinanza, sia lo sguardo, sia l'ascolto.
C'è una parte, all'interno delle comunicazioni non verbali e paraverbali fra i componenti di un gruppo familiare che si svolge ad un livello irraggiungibile per qualsiasi terapeuta.
Ma che permette agli attori coinvolti di attuare comunicazioni costanti e silenziose.
Ecco perchè sostengo la chiarezza. Lo sguardo è fine in un contesto familiare...anche a livello inconsapevole. E i figli percepiscono i genitori, in un modo esponenziale. E reagiscono costantemente a quel livello.
Il sistema di cuoreinfranto è cambiato. Qualcosa è successo...un po' come lanciare un sasso nello stagno...per quanto lontano si possa essere, se si è nello stagno i cerchi, per quanto lievi non possono essere evitati.
LA scelta è se condividere le sollecitazioni e le variazioni dello stagno in cui tutti insieme stanno nuotando, o provare a non sentire o a chiedere implicitamente di non sentire...nella mia esperienza questa seconda opzione non l'ho mai vista vincente. E i risvolti sono stati la maggior parte delle volte piuttosto ingenti.
Certo è che non sto sostenendo che i due vadano dai figli e belli belli se ne escano con "tesori di mamma e papà...sapete, è successa una cosa. La mamma (moglie indegna!) si è trombata l'allenatore. E il papà (marito ferito) adesso è piuttosto incazzato. E triste. Forse crollerà la famiglia a cui siete abituati, perchè sapete, mica ci riusciamo a dormire ancora nello stesso letto...non parliamo dello scopare insieme....già è bello che siamo ancora seduti intorno al tavolo. Ecco, tesori....adesso ve lo abbiamo detto...vedremo che succede".
E' una situazione delicata...e la verità in questo momento non è alla portata per il semplice motivo che la situazione è talmente confusa, ad ogni livello che sarebbe disumano se ci fosse chiarezza.
Ma condividere con i figli il fatto che è un momento di di maretta (per usare un eufemismo), che momenti del genere succedono e si possono affrontare, perchè insieme in un modo o nell'altro si va avanti...ecco. Questo è un messaggio importante in un gruppo familiare. Che è la pura e semplice verità. Poi mano a mano...si arriverà alla verità...forse. Che una cosa della verità è che è variabile. E non perchè prima era menzogna...ma perchè anche le verità cambiano nei cambiamenti degli attori...
La figlia che li ha beccati è un altro discorso. Diverso.
E come già dicevo a cuoreinfranto, è bene che ci mettano mano.
LA sacralità di cui parli esiste se viene insegnata. SE viene vissuta prima.
Non è una costante. E' una variabile dipendente.
Quindi in ogni situazione c'è da valutare cosa si è insegnato fino a quel momento....e tendere alla maggior "uniformità" possibile.
E appositamente non uso coerenza. Che quando si è in aria perchè ci si è presi un treno nei denti...la coerenza va allegramente a farsi un giro...e provare a rimanerci agganciati è pure pericoloso...che si rischia di finire nei gorghi degli assolutismi e dei muro contro muro che non solo non portano da nessuna parte, ma o reprimono il conflitto o lo fanno esplodere...
Poi questa è pura retorica...in realtà
Io e te, tutti scriviamo a partire da noi stessi...e, e non è particolare da poco, stando fuori dal vissuto emotivo dei protagonisti..vissuto che fra l'altro ci arriva limato di un buon 60 per cento di significati, persi nella perdita dei linguaggi non verbale e paraverbale....ma, di mio, per quanto sia una persona che tende più all'apocalisse e alla tragedia come prospettiva, ho sviluppato una certa "fiducia" nelle capacità di autoregolazione dei sistemi umani...
Che magari si autoregolano in modi per me assolutamente intollerabili anche solo al pensiero...ma per altri sono funzionali. Al netto dello stabilire se sia corretto e meno quel funzionamento.
In fondo il benessere sta anche tanto nell'equilibrio che si riesce a mantenere nelle situazioni che la vita presenta...e per mia esperienza ho visto più rinascite che suicidi...anche quando l'unica opzione mi sembrava più la seconda che la prima.
Non conto sulla sorpresa meravigliosa, di mio ci credo pure poco...eppure...sono più le volte che resto piacevolmente stupita, pur magari essendo in totale disaccordo, che quelle in cui vedo la disfatta totale.
Spero che di tutti i nostri discorsi @
cuoreinfranto prenda quel che gli serve...e decida cosa farne.
In fondo nelle sue scarpe c'è lui e nessun altro. Giusto o sbagliato che sia quel che farà, ci farà lui in prima persona i conti. E imparerà, dovrà imparare a sbagliare...che nella situazione in cui è, è inevitabile.
Farlo in modo proattivo...mi sembra un buon punto di partenza.
Poi come te, credo che in alcune situazioni complesse, e aggrovigliate, uno sguardo esterno sia un buon investimento. Specialmente quando i nostri errori si rischia di farli pagare a chi non ha altra responsabilità se non di essere lì.
Edit: aggiungo una cosa da praticante, sulle arti marziali per i bambini...non sono i pugni, a fare la differenza...è imparare la propria aggressività, conoscerla e dominarla anche attraverso la disciplina ad essere fondante...non ho figli, ma se posso, in particolare in alcune situazioni, arti marziali con un buon Maestro, le consiglio spesso...sono salutari.
Salvo trovarsi con un invasato come maestro...e purtroppo ce ne sono.